Andrej Sinjavskij, raccontato dal figlio, appare come uno spirito della foresta: ricurvo, barbuto, senza denti e pure un po’ strabico. E’ questo il primo ricordo che Iegor ha del padre, del quale dipinge un ritratto pieno d’amore e meraviglia.
Questo incontro prosegue così, un po’ come un racconto; ogni testimonianza filtrata attraverso gli occhi di Iegor perché anche il pubblico sia in grado di capire, almeno in parte, ciò che erano le idee e la vita di questo uomo straordinario.

Andrej Sinjavskij era in grado di vedere il meraviglioso nelle persone ed in tutto ciò che lo circondava. Non era solo un fenomeno religioso, era il suo modo di vivere, a volte difficile da comprendere; specialmente quando scopriamo che Sinjavskij ad applicare quest’ottica alla sua vita l’ha imparato nei sei anni spesi in un gulag. Solo molto tempo dopo racconterà che quelli sono stati i sei anni più belli della sua vita.

Alle domande di Iegor la madre rispondeva che sì, ce l’hai un papà, vive in una piccola casa su una montagna e lavora tutto il giorno. Ad Iegor bastava.
Quando il 6 Agosto 1973 Iegor scopre la verità la trova incredibilmente eccitante. Improvvisamente suo padre non è più solo un piccolo uomo barbuto, ma un ex-detenuto che scriveva lettere per i prigionieri analfabeti e che andava più d’accordo con i veri criminali, assassini, ladri, che con gli altri intellettuali detenuti.

Questo era il suo approccio alla vita, non era mai banale, non voleva che nessuno gli rendesse le cose facili: “Iegor”, diceva “fammi delle domande difficili.”, e le parole piene di affetto di Iegor Sinjavskij sono in grado di resuscitarne il ricordo.

Liceo Classico L.Ariosto