In occasione del decimo anno di attività del Concorso Lingua Madre, è salita sul palco dello Spazio Piemonte la satirista tunisina Nadia Khiari, che ha voluto regalare una sua vignetta, contenuta nel volume “L’ alterità che ci abita”. L’incontro è stato un dialogo tra la disegnatrice e le donne che hanno partecipato al concorso. Tanti i temi emersi, il principale quello di non aver un’appartenenza specifica, essendo il mondo globale, interconnesso e interdipendente. Da ciò scaturiscono interrogativi riguardo il concetto di Madre Lingua, di alterità, di avere una casa propria. Si è voluto sottolineare l’importanza delle relazioni, una sorta di scambio nel rispetto delle differenze e della differenza. Ed è sotto questo aspetto che il concetto di confine diventa artificioso e artificiale. Ciascuno di noi può trovare delle strategie per superare i confini della lingua, lingua madre appunto. Ma cos’è più specificatamente questa particolare lingua? Quella che impariamo dalla bocca della nostra madre, la lingua che impariamo dalla nostra madre o semplicemente quella del paese d’origine della nostra madre? Questo termine ha un concetto aperto e variabile. Nessuna lingua è la Lingua Madre. Essa può essere un codice. La lingua più autentica è quella che sgorga dalle labbra attraverso la bocca. “Io disegno per essere meno sola. Per me lingua madre assume e prende valore nel momento in cui condivido la mia storia”. Nadia disegna per comunicare le sue paure e per prenderle in giro. Ha bisogno di esprimere le proprie angosce ridendo. Un po’ come si ride ad un funerale. La sua prima lingua è stata il disegno. D’altronde tutti prima di parlare disegnano. Disegnano per comunicare. Esso è un modo diretto di comunicare perché non bisogna necessariamente saper leggere. All’inizio Nadia si sentiva uno zombie che non parlava, non sentendosi a proprio agio.

Grazie al disegno, trasmesso sui social network, ora si sente meno sola. Tra le persone con cui scrive c’è solidarietà, perché tutti viviamo le stesse esperienze. La definisce come una sorta di catarsi. Una liberazione interiore che si identifica con il protagonista dei suoi fumetti: Willy. Un gatto indipendente e libero, prima di tutto. Nonostante essa viva in un paese dove i partiti politici al potere sembrano più interessati a rafforzare le divisioni del paese ragionando su questioni morali senza affrontare i problemi che realmente affliggono il paese, Nadia non ha mai pensato di andarsene. Cosa la tiene attaccata al suo paese? Ella pensa sempre a tute le persone che hanno lottato durante l’era di Ben Allì e che sono morti. Morti per un’idea di libertà e dignità. Non è possibile lasciare la Tunisia, per loro prima di tutto. Si è parlato anche del titolo del volume “ L’alterità che ci abita”.  Nell’ intervento di Paola Marchi si è sottolineato come questa alterità ci alberghi costantemente. Essa nasce dalle migrazioni, dalle mescolanze, da una costruzione di identità che può essere dolorosa o ricca di prospettive e di aperture. In quanto donne, l’alterità si esprime nella misura in cui c’è bisogno di dare voce a qualcosa che abita dentro di noi e non necessariamente corrisponde all’immagine che l’altro ha di sé. Raccontare significa cercare di dare voce a questa diversità.

Nadia ha voluto, inoltre, descrivere la condizione della donna nel suo paese. Dopo la rivoluzione, le donne hanno dovuto lottare, scendere in strada per i propri diritti. In Tunisia si pensa che la donna sia complementare all’uomo. Situazione non molto diversa in Italia. “Scendete anche voi in piazza!” Questa l’incitazione che Nadia ha rivolto verso le donne italiane per concludere l’incontro.

Federica Pili, Sara Gurizzan

Liceo Grigoletti Pordenone