“La caccia alle streghe non è mai finita”

 

Così la sociologa Silvia Federici apre il suo intervento nell’edizione straordinaria del Salone del Libro, Vita Nova, nella lectio Streghe e inquisitori in cui tratta le forme di discriminazione femminile all’inizio del nuovo millennio. La sua analisi parte da un fenomeno molto conosciuto che si verificò tra il XV e il XVII secolo: l’accusa e la persecuzione di migliaia di donne per stregoneria.

 

La sociologa mette in luce il bisogno di ricercare le motivazioni storiche dell’avvenimento per individuarne le conseguenze sulla posizione della donna nella società moderna e poter trovare un modo per modificarla.

Soltanto in questo modo si può cogliere la gravità di un problema che è tutt’ora presente in alcune piccole comunità, soprattutto dell’Africa, Asia e America Latina, ex colonie ancora economicamente dipendenti dai loro colonizzatori; questi Paesi sono soggetti a una violenta «spossessione» delle proprie terre da parte di grandi imprese economiche interessate alle risorse naturali di quei luoghi. 

 

Sono gli elementi più deboli della società ad essere colpiti dalla disgregazione causata da tale fenomeno. Questo stimola  il diffondersi di sette fondamentaliste cristiane convinte che la ricchezza sia in accordo con il volere divino. Per questo si accaniscono contro i membri più fragili: le donne, ancora considerate “senza ragione e governate dalle passioni, come i bambini”. L’accusa è un presunto – e anacronistico – legame con Satana, che diventa responsabile di tutti i mali che affliggono la comunità. 

È innegabile che le tante forme dell’odierna  caccia alle streghe siano portate avanti da politiche sociali che incrementano l’attacco dello Stato contro le donne, dal quale vengono oggettificate e viste come nemiche. 

 

“Non c’è mai stata una persecuzione che abbia demonizzato e svilito i suoi bersagli in modo tanto radicale” afferma Silvia Federici. La ‘caccia’ non avviene soltanto a livello formale, nella nostra contemporaneità la vediamo riflessa in altre forme di violenza che condividono lo stesso carattere discriminatorio. Uno dei tanti esempi  è l’incremento nel mondo delle violenze sulle donne negli ultimi anni. Nel caso di abusi domestici, la causa è riconducibile alla struttura nucleare della famiglia, che per anni – in alcuni casi anche tuttora – ha reso la donna completamente dipendente, soprattutto a livello economico, dal marito. La partecipazione delle donne ai problemi sociali del nostro tempo ha condotto a maggiori violenze pubbliche da parte delle autorità, facilitate dalla tacita complicità istituzionale, che pone gli uomini in una condizione di sostanziale immunità. Un metodo per ostacolare la richiesta di autonomia delle donne è senza dubbio la “violenza pedagogica”, diffusa soprattutto in America Latina, massima espressione dello spregio. Si tratta della dimostrazione concreta dell’abuso: un monito per le donne, un esempio per i violentatori.

 

“La miglior forma di difesa che abbiamo è quella che nasce dalla trasformazione della comunità. Non si deve stare in silenzio, ma socializzare i nostri problemi così da poterli combattere” Così Silvia Federici chiude il suo intervento, chiamando le donne a scendere in strada, ad essere il cambiamento.
Parole che potrebbero apparire scontate, queste, ma non era forse scontato che la ‘caccia alle streghe’ fosse finita? Quello della Federici è ancora una volta un invito a donne e uomini: non bisogna lasciare che l’impronta di un passato ingombrante impedisca di costruire un futuro di solidarietà, un futuro in cui tutti siano in grado di trovare il proprio posto ed esprimere se stessi

 

Chiara Rodella, Federica Tosi Beleffi, Liceo Alfieri

Vladyslav Compagnucci, Liceo Ariosto

Antonia Romagnoli, Maria Guandalini, supertutor