Ci congediamo da questa prima giornata di Vita Nova ascoltando le parole di Serena Vitale, che dal Teatro Elfo Puccini di Milano ci racconta con grande spontaneità le arti della scrittura e della traduzione.

Partiamo innanzitutto dal presupposto che la scrittura e la traduzione “non siano su due sponde diverse”, come solitamente si tende a pensare, ma che al contrario risultino interconnesse al punto da sovrapporsi: non è raro, infatti, che una certa libertà nel tradurre venga scambiata per vera e propria scrittura, oppure che una determinata scrittura rappresenti una forma di traduzione. E in questo Serena Vitale, nella sua duplice attività di scrittrice e di traduttrice, ne è la diretta testimonianza.

Percepire lo stretto legame tra scrittura e traduzione risulta semplice anche solo se si pensa al fatto che il traduttore non può esistere senza lo scrittore e che viceversa lo scrittore, senza il traduttore, esiste solo nei confini della sua lingua.

Prendendo ora in considerazione la figura del traduttore, la Vitale si propone di spiegarne il ruolo instaurando un paragone con Caronte, il celebre traghettatore d’anime dell’Inferno dantesco: così come Caronte, anche il traduttore è tenuto ad usare le parole per traghettare il lettore dall’esterno all’interno dell’anima, dando prova di grande empatia e sensibilità linguistica.

Per assolvere a questo compito delicato è fondamentale per il traduttore conoscere tutta l’opera dello scrittore che andrà a tradurre: più precisamente, spiega la nostra ospite, è necessario che chi traduce “entri nell’autore e cerchi di conviverci”. Ma non è forse questa un’implicita forma di tradimento nei confronti di chi sta accanto al traduttore e improvvisamente viene accantonato, se non del tutto escluso dalla sua vita?

Come per tutte le professioni, anche nel caso dei traduttori è possibile individuarne di bravi e competenti e di scadenti e maldestri; secondo Serena Vitale, si diventa cattivi traduttori nel momento in cui vengono meno il rispetto e l’osservanza della lingua, delle strutture e dei temi del testo di partenza.

Ciononostante, si preoccupa di chiarire subito dopo la traduttrice, non esiste nulla di intraducibile; o meglio, tutto è traducibile ad eccezione del “detto e stradetto”.

Al giorno d’oggi, infatti, viviamo circondati da un “impoverimento della lingua”, che viene abusata e calpestata poiché applicata e declinata a sproposito in termini ed espressioni che non le appartengono e che risultano quasi privi di significato.

Un esempio di questa volgarizzazione della lingua è l’uso improprio della parola “amore” fatto dalle nuove generazioni, che la applicano nei più disparati contesti, anche e soprattutto in quelli che non hanno nulla a che vedere con il significato proprio del termine.
È proprio per questa ragione puramente linguistica che al traduttore viene spontaneo porsi delle domande rispetto a ciò che si deve e si può tradurre; se ne deduce che l’impossibilità di tradurre un’espressione ne determina la mancanza di senso logico e semantico.

Tradurre comporta quindi una conoscenza più profonda della propria lingua madre, della quale vengono evidenziati aspetti che normalmente passano inosservati.

Quali sono quindi gli ingredienti per una buona traduzione? Secondo il traduttore francese cinquecentesco Étienne Dolet è necessario conoscere bene la lingua di partenza e molto bene la lingua di arrivo; la Vitale aggiunge poi che sono componenti essenziali anche la pazienza, la gioia nel lavorare con le lingue e l’amore per la letteratura, la cultura e la musica che, essendo anch’essa una lingua, aiuta ad entrare nel ritmo e nella cadenza degli idiomi con cui si ha a che fare.

Infine, la traduttrice sottolinea che “la vita intera aiuta il traduttore”, ovvero è importante non buttarsi a capofitto nella traduzione perdendo il contatto con la realtà che spesso fornisce geniali spunti di traduzione, suggerendo termini che nell’immediato sfuggono al traduttore stesso.

Chiara Guernieri, Emanuela Strozzi – Liceo Ariosto Ferrara