Giovedì 12 maggio, nella Sala Gialla, Erri De Luca ha presentato il suo nuovo libro “La faccia delle Nuvole”.

È stato Ernesto Ferrero a dare il bentornato a Erri nella sua casa, qui al salone, dove è stato ospite molte volte. La sua presenza è importante in un momento in cui la parola scritta si sta appiattendo, e si sta sviluppando sempre di più il traduttese: un italiano adattato all’inglese, con frasi brevi e semplici, utile per l’intrattenimento, ma non per noi che restiamo affezionati alla letteratura come veicolo della conoscenza, come opera dei visionari, ovvero coloro che vogliono raccontare ciò che non si vede e andare oltre la realtà apparente.

Ed è proprio Erri ad avere questo impegno con la parola, che sa andare al di là di tutti gli usi banali con la pazienza ed il rigore tipici dei suoi lati di alpinista e di autore.

Lo stesso Erri De Luca ci ha raccontato di come un anno fa in questo salone il suo editore Feltrinelli abbia raccolto ed estorto firme a sostegno di un loro scrittore, proprio lui, incriminato di diritto di opinione. Quell’incriminazione voleva imporre ed ottenere la censura della sua voce. Negli anni in cui non è stato invitato, questo salone ha praticato con discrezione una censura mai rivendicata. Egli invece, con indiscrezione, vuole ricordarla.

Erri non si ritiene autore, ma redattore del suo libro: infatti, le storie che racconta non sono state ideate da lui, ma sono state inventate precedentemente dalla vita svolta. Sono fatti capitati ad altri e, grazie ad una capacità di ascolto assorbente, ha trasformato queste storie in parole scritte.

Lo stesso vale, a maggior ragione, per “La faccia delle nuvole”, una storia che, prima di essere santa, è il racconto di due ragazzi, Iosèf e Miriàm che prima di tutto sono stati giovani e innamorati. I due si sono conosciuti durante la trasferta di Iosèf dal sud di Israele, in Giudea, al Nord, in Samaria, e intendono ora sposarsi.

Ma c’è un imprevisto: la ragazza rimane incinta prima del matrimonio e non di Iosèf; ad annunciarglielo è un angelo, che ricopre il ruolo di messaggero.

La grandezza di Miriàm sta nel fatto di reagire alla notizia con l’entusiasmo della reazione del suo corpo: accoglie subito questo impegno, portandolo a termine senza titubanza e paura. L’accaduto è una novità assoluta, e lei sa di essere un caso unico in Israele.

Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza Ioséf, il cui nome, in ebraico, significa “colui che aggiunge”: egli crede ad una storia inverosimile, riconoscendola ed abbracciandola. La verità, quando è svergognata, si presenta in modo spudorato, sfacciato, scandaloso ed è impossibile da sopportare; per accoglierla è necessario l’Amore.

Proprio per questo, nessuno al di fuori di loro due riesce a comprendere ed accettare questo strano fatto.

Iosèf, invece di essere il primo tiratore di sasso contro l’adultera, la sposa e la libera dai sassi della legge, aggiungendosi come sposo e padre secondo. Iscrive la creatura all’anagrafe a suo nome, in quella lista in cui erano compresi i nomi di uomini e donne anche non ebrei: neanche nella dinastia del Messia vi è purezza di sangue.

L’ambientazione è quella di un luogo occupato militarmente dall’Impero Romano, osteggiato strenuamente da quel piccolo lembo di terra.

Ovunque, in quel tempo, l’Impero Romano affiancava le proprie divinità a quelle locali, ma in Israele si scontra per la prima volta contro un dio unico, pretesa inaudita. Quel monoteismo, alla fine, è riuscito a estirpare dal cuore dei popoli tutte le divinità precedenti, pur non avendo un esercito e una lingua colonizzante come il greco, ed affrontando una difficoltà ulteriore, la mancanza di un’immagine rappresentativa della divinità, elemento caratteristico fino a quel momento.

Il monoteismo riesce comunque a stabilirsi anche a Roma, un luogo ostile che non aveva capito la natura di questa insurrezione, non riconoscendo la prima vera e propria guerra di religione.

Questa gravidanza aveva complicazioni politiche, religiose, e civili: infatti il censimento romano costringe Iosèf a spostarsi, perché la registrazione doveva avvenire solo presso il paese natale, nel suo caso la Giudea. Miriàm dà alla luce Gesù a Betlemme: si può quindi dire che sia nato meridionale, amante del pesce e dei pescatori.

La creatura trascorre gran parte della sua infanzia in Egitto perché Erode, governatore della zona, frastornato da una profezia che gli aveva annunciato la nascita di un nuovo grande re, aveva cercato di impedirne la realizzazione, facendo uccidere tutti i bambini nati nei paraggi. “Ci mancava solo la persecuzione di tutta la fascia coetanea!”, aggiunge Erri.

Gesù si salva grazie ad un sogno di Iosèf che, nel cuore della notte, scappa con la famiglia in Egitto, allora una terra di rifugio e di accoglienza. Ciò che l’Egitto fa non è semplocemente accogliere, ma raccogliere una semina di vita umana, che feconda la terra con il lavoro. Lo stesso De Luca invita ad imparare dall’esempio di questo paese: c’è sempre spazio per tutti.

È così questa piccola storia è diventata la storia della nostra civiltà religiosa, che è riuscita a piantarsi nonostante tutte queste difficoltà supplementari, grazie a una manifestazione fisica inedita: la divinità si rivolge e si rivela con la parola, cosa mai successa prima. “E disse Dio” è una delle frasi più comuni nell’Antico Testamento: chi lo ascolta prima sente, e solo in seguito associa la voce alla divinità. La rivelazione è così affidata alla parola, strumento che permette di agire e non solo di pronunciarsi. Si crea quindi un legame stretto tra ciò che si dice ed il fatto compiuto.

Inoltre sfrutta la più grande energia presente nel corpo umano, l’amore, di cui siamo detentori, ma non estrattori. “L’amore è una sorgente il cui rubinetto non dipende da noi”, aggiunge Erri: per essere estratto necessita di una richiesta, di un innesco esterno. La divinità stessa dice: “Ed amerai in tutto il tuo cuore, in tutto il tuo fiato, in tutte le tue forze”. Se invece della preposizione “in” utilizzassimo “con”, l’amore si trasformerebbe in uno strumento, mentre questo è un giacimento che attende di essere estratto fino allo svuotamento: infatti solo quando si svuota completamente, inizia a riempirsi di nuovo. Se una parte di questo amore rimane, non viene conservato, ma marcisce. È un sentimento violentissimo, potente e talvolta catastrofico: infatti l’amore, come la divinità, prima estirpa e poi si pianta. Proprio per questo gli esseri umani hanno paura dello scatenamento di questa forza.

Erri De Luca conclude dicendo che questa è una storia di parole: Gesù è il portatore di parole nuove, che racconta attraverso le parabole. Egli stesso sottolinea come sia impuro ciò che esce dalla bocca.

Le parole infatti hanno un’enorme responsabilità, non devono essere contraddette e devono portare conseguenza. Mantenere la parola è la cosa migliore: tenerla per mano è il modo giusto per onorarla.

Infatti, proprio Erri, incriminato per delitto d’opinione, non ha mai ritrattato nulla, ha ribadito la sua parola anche di fronte ad un concreto rischio.

“La faccia delle nuvole” prima di essere una storia sacra è una storia umana, ed è una storia del meridione a cui tutti noi apparteniamo.

Camilla Brumat
Alessandra Saponara