Alle ore 12:00 nel Padiglione 1, nello Spazio internazionale lo scrittore britannico Ben Rawlence ha presentato e raccontato il suo romanzo “La citta’ delle spine”: il libro parla della vita di nove abitanti della citta’ di Dadaab, un campo profughi in Kenya al confine con la Somalia costruito come temporaneo nel 1992 per 90 000 persone in fuga dalla guerra in Somalia, ma ormai diventato casa per 350 000 persone. Tra i vari rifugiati ci sono Guled, un ex bambino soldato, Kheyro, una studentessa molto intelligente che ha deciso di fondare il proprio futuro sull’istruzione; ma svetta sopra di tutti la storia d’amore tra Muna e Monday, lei musulmana e lui cristiano. Lo scrittore dedica più tempo a questa parte del suo libro in cui narra sentimenti che conosciamo tutti come l’amore, ma in “un contesto che noi europei come anche gli americani difficilmente riusciamo a immaginare” afferma; parole dette con amarezza da una persona che ha assistito alle condizioni in cui gli abitanti di Dadaab sono costretti  a vivere e che da anni si impegna ad aiutarli e a condividere le loro storie in tutto il mondo. Afferma, infatti, che l’obiettivo del suo libro non è tanto un invito al cambiamento, quanto piuttosto un’ esortazione a mettersi nei panni di quelle persone la cui vita non riusciamo a pensare e che spesso riteniamo troppo lontane da noi: Ben Rawlence  vuole dare un’idea della complessità dello stile di vita e delle storie degli abitanti alternando la narrazione della vita dei nove protagonisti, al sistema politico dello stato che dovrebbe tutelare i suoi cittadini, fino al ruolo che ricoprono gli stati internazionali e ai provvedimenti, e talvolta impedimenti, che danno. Lo scrittore afferma che secondo lui è sbagliato non accettare gli immigrati e che l’Europa in questo sta fallendo come, secondo Rawlence, gli Stati Uniti e il loro bombardamento alle postazioni iraniane: “Bisogna fermare la guerra, perché non è la soluzione. Non è un atto di forza, ma di debolezza.”

In seguito gli viene domandato come si potrebbe ridare speranza a queste persone: risponde che la speranza non è qualcosa che puoi trovare nell’aria, ma che è qualcosa che devi cercare dentro di te con delle ragioni per andare avanti. Prosegue dicendo che nel suo libro ha definito un particolare sentimento chiamato goofing e tradotto con dolore, per cui le emozioni e i progetti degli abitanti cambiano di continuo: un giorno si ritengono felici, l’altro sono disperati per la fame in un altalenarsi di apparente benessere ed evidente disagio. Talvolta vogliono solo raccontare la loro storia, essere ascoltati e capiti da qualcuno che non viva in quelle condizioni, cercano un amico che non porti lo stesso peso che devono sostenere loro; ma Ben Rawlence non indugia troppo a denunciare la scarsa presenza di aiuto psichiatrico. “Il più grande crimine è che non li facciamo emigrare, non li nutriamo e non provvediamo alla loro salute fisica.”

 

Federica Balia e Stefano Serafino